Biografia

 Vittorio Coccurello nasce a Fondi, vicino a Latina, nel 1936. Già nel ’52, a sedici anni, inizia a cercare lavoro a Roma. Ė l’epoca d’oro delle grandi sartorie romane, che importano tecnica da tutte le regioni d’Italia ed esportano stile in tutte le nazioni del mondo. Per trovare lavoro in una struttura del genere occorrono delle presentazioni e così Vittorio bussa a molte porte. La prima che si apre è quella di Vincenzo Tornato titolare di un’importante bottega in pieno centro, in via Barberini. Da quel momento la sua storia somiglia a quella di tanti altri giovani: anni di gavetta che però Vittorio ricorda con piacere come tutte le avventure di gioventù. Poi, a un certo punto, si accorge di essere pronto a volare da solo, ma dalla bottega di provenienza non c’è mai un distacco traumatico perché il principale sa già quali apprendisti diventeranno maestri e instaura con loro un rapporto preferenziale che si trasformerà in collaborazioni future. In ogni caso la sartoria è più che abituata alla circolazione di energie mutevoli: quello del sarto è un lavoro che ha per tradizione ed offre per natura la massima autonomia. I primi successi non tardano e col tempo arrivano i clienti importanti.

In questo mestiere è normale incontrare celebrità e a Roma è ancora più frequente. Il frac ad Arthur Rubinstein rappresenta quindi con soddisfazione un traguardo per Vittorio, appassionato conoscitore di musica classica.

Non è stato solo il rapporto con le star dello spettacolo o i protagonisti della politica a cambiare la posizione sociale ed economica della nostra categoria, quanto una crescita generale di tutti i mestieri artigiani. Il nostro ne è divenuto paradigma e da ciò ha tratto particolare vantaggio, ma dobbiamo riconoscere che il merito non è tutto nostro. Gran parte viene dalle aziende e dai loro leader, in cerca di un’immagine più affidabile come creatori di stile. Molti di loro, infatti, non hanno trovato di meglio che avvicinarsi o sfruttare il mondo sartoriale, ma così facendo hanno anche avvicinato quest’ultimo a quello imprenditoriale. Nonostante questo momento così florido, con i miei ottant'anni mi sento partecipe di una generazione di sarti che non esistono e non esiteranno più. Non siamo però destinati all’estinzione, quanto all’evoluzione...”

Conto sull’attività della Camera Europea dell’Alta Sartoria perché gestisca con sapienza questo passaggio di consegne tra il vecchio ed il nuovo, tra la conservazione della tradizione tecnica e la sua diffusione con moduli adeguati ai tempi. Non faccio parte di altre organizzazioni e non mi sarei iscritto nemmeno a questa se non fossi stato sicuro di avervi trovato programmi chiari e realmente rispondenti alle necessità del nostro mondo"

Il problema centrale è quello della creazione di nuove leve ed a questo proposito credo che i giovani si stiano già rendendo conto che il nostro mestiere può offrire un futuro solido e raggiungibile. Contemporaneamente, occorre trovare le risorse per gestire la formazione. Sono convinto che il modello da preferire sia quello che mantiene l’apprendista il più vicino possibile alla bottega, perché fuori da essa si crea un rapporto professore-studente in cui si rischia di perdere di vista la parte pratica. Parliamo chiaro. Un sarto non deve solo saper chiudere una giacca: tutto l’abito ha un’armonia complessiva molto evidente, consentita anche dal fatto che tutte le fasi di lavorazione si svolgano all’interno del laboratorio. Nel mio lavoriamo in otto”

Oggi Vittorio e la moglie Anna, che ha sempre lavorato al suo fianco, stanno affrontando da alcuni anni una nuova sfida; preparare il nipote Jacopo ad essere protagonista di questa evoluzione dell'arte sartoriale.