Monsieur

Roma, quartiere Parioli: Monsieur incontra Vittorio Coccurello, un artigiano di lungo corso che ha le idee molto chiare sul presente e sul futuro della sua amatissima professione.

La corsa verso la sartoria di Vittorio Coccurello mi porta nel quartiere Parioli, più o meno tra Piazza Euclide e Piazza Ungheria. Il laboratorio si trova al primo piano e l’aspetto da pinacoteca rivela subito la passione del maestro per la pittura. E’ un’inclinazione comune a molti sarti, certamente collegata alla carica creativa del loro mestiere ed al continuo esercizio dell’occhio che esso impone, alla ricerca della giusta proporzione e del dettaglio saliente. La discussione indugia a lungo sull’arte, prima che io riesca a condurla verso l’indagine sulla storia e lo stile di questo rigorosissimo ed autorevole rappresentante della sartoria capitolina.

“Sono nato a Fondi, vicino a Latina, ma già nel ’52, quando avevo circa sedici anni, ho cominciato a cercare lavoro a Roma. Era l’epoca d’oro delle grandi sartorie romane, che importavano tecnica da tutte le regioni d’Italia ed esportavano stile in tutte le Nazioni del mondo. coltivava velleità di critico Per trovare lavoro in una struttura del genere occorrevano raccomandazioni e così, non senza aver cercato chi potesse presentarmi, bussai a parecchie porte. La prima che si aprì fu quella di Vincenzo Tornato, che aveva un’importante bottega in pieno centro, a Via Barberini. Da quel momento, la mia storia somiglia a quella di tanti altri della mia età. Qualche anno di gavetta, che però si ricorda con piacere come tutte le avventure di gioventù.

Poi, a un certo punto, ti accorgi che sei pronto a volare da solo. Dalla bottega di provenienza non c’è mai un distacco traumatico, perché il principale già sa quali apprendisti diventeranno maestri. E in ogni caso la sartoria è più ma nelle varie fasi rispondere ad una tabella di tempi al di fuori dei quali non si può parlare di professionismo, ma di un hobby. L’esempio, la competitività, l’opportuna ramanzina e la tempestiva correzione, insomma la vita di lavoro interna alla sartoria, sono l’unico veicolo che porti in questa direzione.

Altri carrozzoni sono partiti varie volte e in varie regioni, ma senza portare nessuno da nessuna parte”. Vedo che le idee di Coccurello sono come le sue giacche: asciutte e precise. Lontana dal superfluo e dalle fioriture, la mano del maestro tende a valorizzare il fisico con spalle dritte, ma senza eccessi e senza imbottiture. Il giro è stretto, la manica sobria che abituata alla circolazione di forze mutevoli, in quanto il nostro mestiere ha per tradizione ed offre per natura la massima autonomia.Non sono tardati i primi successi e col tempo sono giunti i clienti importanti.

Per un sarto è normale incontrare celebrità ed a Roma è ancora più frequente. Come appassionato di musica classica è stato, ad esempio, un onore particolare poter cucire un frac ad Arthur Rubinstein, pianista che ho sempre ammirato. Non è stato il rapporto con le star dello spettacolo o i protagonisti della politica a cambiare la posizione sociale ed economica della nostra categoria, quanto una crescita generale di tutti i mestieri artigiani. Il nostro ne è divenuto paradigma e da ciò ha tratto particolare vantaggio, ma dobbiamo riconoscere che il merito non è tutto nostro. ) Gran parte viene dalle aziende e dai loro leader, in cerca di un’immagine più affidabile come creatori di stile. Molti di loro, infatti, non hanno trovato di meglio che avvicinarsi o sfruttare il mondo sartoriale, Ma così facendo hanno anche avvicinato quest’ultimo a quello imprenditoriale. Nonostante questo momento così florido, coi miei settanta anni mi sento partecipe di una generazione di sarti che non esistono e non esiteranno più. Non siamo però destinati all’estinzione, quanto all’evoluzione. Conto sull’attività della Camera Europea dell’Alta Sartoria perché gestisca con sapienza questo passaggio di consegne tra il vecchio ed il nuovo, tra la conservazione di una tradizione tecnica e la sua diffusione con moduli adeguati ai tempi. Non faccio parte di altre organizzazioni e non mi sarei iscritto nemmeno a questa, se non fossi sicuro di avervi colto programmi chiari e realmente rispondenti alle necessità del nostro mondo.

Il problema centrale è quello della creazione di nuove leve ed a questo proposito credo che i giovani si stiano già rendendo conto che il nostro mestiere offre un futuro solido e raggiungibile. Contemporaneamente, occorre trovare le risorse per gestire la formazione. Sono convinto che il modello da preferire sia quello che mantenga l’apprendista più vicino possibile alla bottega, perché fuori da essa si crea un rapporto professore/studente in cui si rischia di perdere di vista la prevalenza della parte pratica. Parliamo ) chiaro.

Un sarto deve non solo saper chiudere una giacca, e tutto l’abito ha un’armonia complessiva molto evidente, dovuta anche al fatto che tutte le fasi di lavorazione si svolgono all’interno del laboratorio, dove lavorano in otto. Domando qualcosa sui clienti e sui materiali, di come siano cambiati in questi anni. “I clienti difficili, esigenti, sono sempre esistiti ed ora che ho una struttura adeguata posso dire che sono quelli che servo con maggior piacere. Realizzare un abito è ) bello, ma realizzare un desiderio è un privilegio e la soddisfazione del cliente si trasmette tutta all’artigiano. E mi creda, questo mestiere non avrebbe alcuna vitalità se si fermasse al mero calcolo economico.

La sua forza è nell’entusiasmo della creazione e nel calore di rapporti che a volte durano per decenni. Molti cambiano in pochi anni lavoro, casa, talvolta la moglie, eppure restano ) fedeli al sarto per sempre.

Certo, un tempo l’uomo aveva un guardaroba molto più vario sia per materiali che per colori. Nessuno chiede più abiti in gabardine, il re dei mezzi tempi e tra i tessuti che drappeggiano meglio in assoluto. Negli ultimi anni, poi, man mano che giacca e cravatta si allontanano dalle occasioni di tempo libero e restano invece attentamente valutate in quelle professionali, la domanda privilegia in maniera massiccia i grigi e i blu, con una prevalenza dei gessati anche nelle fasce di età meno mature, che una volta ritenevano questa tipologia troppo impegnativa.

I tessuti sono molto cambiati e non solo per il peso.

Trovo che l’offerta media sia insufficientemente stagionata ed il finissaggio non riesca a stabilizzare le stoffe più leggere, che spesso subiscono i capricci del tempo e possono condurre a risultati poco soddisfacenti. Si sappia quindi che le stoffe fini devono essere veramente tali, dalla scelta della materia prima alla filatura, dalla tessitura al finissaggio. Non tutte le stoffe sono veramente adatte alla complessa lavorazione di sartoria. Io ) mi trovo bene sia con le case italiane di grande tradizione come Zegna e Loro Piana, che con i prodotti inglesi di Dormeuil o Holland & Sherry. Particolarmente pregiate e dai risultati impeccabili sono le lane della ) Fintes, che nei titoli da 180 ‘S a 220 ‘S hanno imposto uno standard di qualità”.